18/11/2009

Clima: accordi da rivedere a causa della crisi

Il mancato accordo tra Usa e Cina sulla riduzione della CO2 ha prodotto a Bruxelles una prima reazione del Parlamento Ue, più in particolare da parte della Commissione per l’ambiente. «Sarebbe una severa sconfitta per il clima mondiale se i due maggiori inquinatori dell’atmosfera non assumessero un impegno specifico per una riduzione dei gas ad effetto serra, ma si limitassero ad una dichiarazione generica, come avvenne due anni fa a Bali», si legge in una nota.

Un po’ come ricordare a Obama di non comportarsi come Bush e di mantenere gli impegni indicati all’inizio della presidenza per una sorta di rivoluzione verde. Forse per contenere l’impatto negativo sulla sua popolarità di un accordo che in tanti attendevano e che poi è venuto meno, forse per non chiudere la porta alla Conferenza di Copenaghen che si aprirà di qui a poco, ieri Obama ha detto di volere un accordo con effetto immediato. Il Parlamento e la Commissione Ue che hanno posto da oltre un anno il tema del clima e del cambiamento climatico tra le priorità, cercano a Copenaghen un successo; comprensibile quindi che la visita di Obama in Cina sia una delusione.

Tuttavia il momento economico non sta aiutando l’assunzione di impegni sul clima. La riduzione del CO2, nelle misure auspicate da Bruxelles, ossia del 20% entro il 2020, o del 30% se altri Paesi si impegneranno a farlo, è indubbiamente costosa. Un costo che per un’economia, come quella Usa, che ancora si trova nella più acuta crisi degli ultimi 60 anni, è troppo per poter essere assunto come impegno. D’altra parte la Cina, nonostante la crescita che continua a caratterizzarla e che le ha fatto sentire poco la crisi, ha problemi strutturali tali da vedere come un costo ancora più arduo l’assunzione di impegni in materia di emissioni.

Lo sviluppo ha costi, regole; l’ambiente è un bene superiore, lo si cura dopo che determinate esigenze di base sono state soddisfatte. La Cina ha accorciato le fasi dello sviluppo economico, ma i suoi dirigenti non si spingono al punto di sovvertire l’ordine nel quale è logico che queste fasi si succedano. D’altra parte neppure l’Europa può permettersi di appesantire la fragile ripresa con gli impegni che ha enunciato.

Le conviene correre da sola? Perseguire la riduzione delle emissioni del 20% entro il 2020, portando al 20% l’offerta di energie rinnovabili sul totale? Già soffriamo di un gap di competitività, se poi vi dovessimo aggiungere l’extra-costo (che grava sulle imprese) di una riduzione tanto drastica delle emissioni, allora il distacco si farebbe ancor più sensibile ed a soffrirne sarebbe, innanzitutto, l’occupazione.

Il realismo di Obama e Hu Jintao ha rotto i sogni degli ambientalisti ma è imprescindibile. Meglio, dunque, avere meno ambizioni, e puntare a percentuali più contenute. Accontentarsi di un passo piccolo, ma concreto: sempre meglio di un fallimento che non gioverebbe alle relazioni internazionali.

12/11/2009

Conti in ordine per sostenere la ripresa europea

Dalle proposte che la Commissione europea ha reso pubbliche ieri per la correzione dei disavanzi eccessivi di alcuni Paesi membri, emergono due indicazioni incoraggianti relative alla crisi ed al dopocrisi. La prima riguarda l’efficacia del coordinamento delle politiche fiscali; la seconda la situazione dei nostri conti pubblici.

Di fronte alla crisi più profonda dell’ultimo sessantennio e all’assenza di una politica fiscale unica nell’Ue, a differenza del caso monetario, ci si  poteva aspettare che le regole del Trattato e quelle del Patto di stabilità e di crescita sarebbero state spazzate via. Tanto più che alcuni economisti avevano esortato i Governi a far saltare il Patto di stabilità e i parametri di Maastricht. Il buon senso, tuttavia, ha prevalso, tanto che il commissario Almunia ha potuto dire che «siamo tutti d’accordo sulla necessità di elaborare strategie di uscita chiare e credibili.

Il Patto di stabilità e crescita costituisce l’ancora di tali strategie». Lo schema di coordinamento delle politiche fiscali ha, dunque, retto alla prova della crisi. Un risultato di rilievo, proprio perché basato sulla volontà dei Paesi membri di rispettare gli impegni assunti. Innegabilmente sta diffondendosi nella classe politica europea, sia o meno al governo, la cultura del rigore finanziario, la consapevolezza che buone finanze pubbliche contribuiscono al bene comune. Una cultura che ha travalicato i confini dell’Europa per giungere a livello del G-20, che nei suoi vertici ha ribadito la necessità di finanze pubbliche sane e sostenibili.


Nelle proposte della Commissione, che dovranno essere approvate dall’Ecofin, il 2011 è l’anno in cui i Governi ritireranno lo stimolo fiscale, per avviare il risanamento delle finanze pubbliche. Ai Paesi che hanno subito condizioni particolarmente avverse, ma che hanno seguito la via indicata dall’Europa per il risanamento (Francia, Spagna, Irlanda e Regno Unito) viene concesso un anno in più rispetto alla scadenza già fissata per il rientro, avranno quindi tempo sino al 2013 o 2014. Severo il giudizio sulla Grecia che all’Europa non ha voluto fare caso, per essa si profilano le sanzioni pecuniarie.

E l’Italia? In passato le bacchettate da parte di Bruxelles sono arrivate di sovente. Certo, ieri, è stata formalmente aperta la procedura per il disavanzo eccessivo, inevitabile per via dello sforamento della soglia del 3% del Pil, ma il giudizio sulla gestione delle finanze pubbliche è buono. In sostanza l’invito è di seguire quanto lo stesso Governo ha inserito nel Dpef 2010-13, con un aggiustamento annuo di bilancio pari a mezzo punto di Pil, ossia 7-8 miliardi di euro. Il rientro è fissato, assieme al Belgio, per il 2012, dunque uno o due anni prima rispetto agli altri Paesi. Una scadenza che da un lato è un riconoscimento alla relativamente buona condizione del bilancio, mentre dall’altro richiama la necessità di prenderci cura dell’enorme debito che pesa sulle nostre spalle. Il rigore appare ormai saldamente integrato nella politica economica dei Paesi dell’Ue, un tassello importante a sostegno della ripresa.

02/11/2009

Crisi economica: l’Europa riprende la marcia

Europa intravede spiragli positivi di crescita economica. Per la prima volta dopo quasi due anni la Commissione europea si appresta a rivedere al rialzo le sue previsioni di crescita del Pil (Prodotto interno lordo), a conferma che la recessione è alle spalle e la ripresa proseguirà nel 2010 e 2011. Ma avverte, l’Unione europea, sarà lenta ed ancora fragile.

Le previsioni di Bruxelles - secondo quanto si apprende - confermano che il 2009 è stato un «anno horribilis», ma alla fine meno del previsto: tanto che il Pil della zona euro sarà rivisto leggermente al rialzo rispetto al -4% dello scorso settembre, grazie ai risultati positivi degli ultimi due trimestri.
Insomma, il 2009 è anche l’anno dell’inversione di tendenza, della ripartenza. Nel 2010, poi, il Pil di Eurolandia dovrebbe salire intorno all’1% (rispetto alla precedente stima dello -0,1%) e nel 2011 crescere ancora un po’.

In questo quadro l’Italia chiuderà il 2009 meglio del -5,0% stimato a settembre da Bruxelles, e - come altre economie - farà registrare dal 2010 una ripresa debole.
Il messaggio di Bruxelles a Roma sarà dunque quello di rispettare rigorosamente i limitati margini di manovra in materia di bilancio, concentrando la stragrande maggioranza degli sforzi sul risanamento dei conti. I cui tempi saranno dettati dalla stessa Commissione Ue, che l’11 novembre adotterà le raccomandazioni per tutti i Paesi indeficit eccessivo.

28/10/2009

Taglio delle tasse e peso del debito pubblico

Il piano di riduzione fiscale varato dal governo democristiano-liberale di Angela Merkel è un atto che potrebbe essere definito di prudente coraggio. Si presenta audace perché lo sgravio di 24 miliardi non ha copertura, scommette quindi sullo stimolo che produrrà e sul conseguente aumento del gettito fiscale. È alcontempo prudente in quanto i tagli cominceranno nel 2011, per seguire negli anni successivi.

Ciò lascia intendere che il governo si prende il tempo per monitorare l’evolversi della situazione nei prossimi dodici mesi, in modo da introdurre correttivi se le condizioni della finanza pubblica dovessero richiederlo. Del resto la stessa Merkel ha riconosciuto che «non vi è garanzia che questa strategia possa funzionare, anche se ci sono buone possibilità».

Un azzardo calcolato, insomma, che sacrifica nel breve periodo la ricerca del pareggio di bilancio per favorire la crescita. Sarà poi quest’ultima a curare il disavanzo.

Lo sgravio fiscale mette risorse addizionali a disposizione del settore privato, imprese e consumatori. Le une e gli altri decideranno in quale misura investirle, risparmiarle o dedicarle ai consumi. In uno scenario di ripresa incipiente,
a livello di economia globale, e di fiducia crescente è piuttosto probabile che ciò effettivamente accada e ne seguano gli effetti desiderati. È anche vero che la fiducia degli agenti economici viene ad essere condizionata dall’andamento dei conti pubblici. Il loro deteriorarsi genera aspettative di aumenti nel tempo della tassazione e dei tassi d’interesse, con effetti negativi sulla congiuntura. Il disavanzo corrente tedesco è ancora nell’ordine del 4% del Pil. Il debito è sì lievitato all’80%, ma per via degli interventi di salvataggio causati dalla crisi, non per una strutturale tendenza.


Veniamo ora all’Italia. Il dibattito tra fautori della spesa (molti) e del rigore (pochi) potrebbe incidere sugli equilibri di governo. Di una manovra di stampo reaganiano, in tutto simile a quella ora avviata in Germania, se ne parla da molto. Venne iniziata dal governo Berlusconi nel 2005, ma in forma piuttosto ridotta. È certo che l’economia italiana, forse ancor più di quella tedesca, ha bisogno di uno stimolo proveniente da una forte riduzione fiscale.

La ricetta è quella giusta, nel senso che è lo stimolo da offerta all’economia privata ad avere le potenzialità per rivitalizzarla, piuttosto che massicci e improduttivi programmi dispesa pubblica. Purtroppo da noi le condizioni delle finanze pesano e condizionano politiche di questo tipo. Scontiamo un lontano passato di irresponsabilità ed un presente con poca voglia di riforme. Se Merkel e Schäuble possono permettersi di mettere il rigore da parte, Berlusconi e Tremonti non possono farlo. Non cedano alle solite sirene o ad impegni formulati quando nessuno si aspettava una simile crisi.

Chi, come i tedeschi, ha un passato virtuoso può anche ricorrere a sgravi fiscali senza copertura. Ma laddove di questa eccezione si è fatta una regola si impongono il gradualismo e la più rigida copertura.

23/10/2009

Il posto di lavoro fisso è un valore: Tremonti boccia la flessibilità

Svolta del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che boccia la mobilità selvaggia e rivaluta il posto fisso, elogiandone l’importanza come «la base sui cui organizzare» il proprio «progetto di vita e di famiglia». Il ministro ha sottolineato come l’incertezza e la mutabilità del lavoro non siano un «valore in sé».

Diffidenza o cautela fra i leader sindacali: «Chiedete un commento a Confindustria» si limita a dire il numero uno della Cgil Epifani mentre per il segretario della Uil Angeletti, il ministro ha parlato come un «iscritto alla Uil». Il leader della Cisl Bonanni definisce «condivisibili» le parole di Tremonti, ma sottolinea anche come la flessibilità debba costare di più alle aziende ed essere pagata di più per i lavoratori».

«Il ministro Tremonti sposa in pieno le nostre idee. L’auspicio è che questa convinzione possa tradursi in un’azione di governo», sottolinea anche il segretario generale Renata Polverini. Pd e Italia dei Valori prendono spunto dalle parole del ministro dell’Economia per denunciare l’«incoerenza» del Governo tra il dire e il fare. Intanto, il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, è costretto ad ammettere che la lotta ai «fannulloni» non è vinta: l’assenteismo tra agosto e settembre è infatti salito del 20-22 per cento.

20/10/2009

Serve l'innovazione per combattere la precarietà

La capacità di Tremonti di spiazzare l'interlocutore è nota. L’altro giorno ha attaccato le privatizzazioni (dopo anni in cui questo processo lo aveva visto come fattivo protagonista), e oggi attacca la flessibilità del lavoro.

D’altronde, in un governo che si dichiara liberista, lui si è sempre dichiarato «colbertista», con un omaggio al ministro Colbert, che nella Francia del Seicento si era fatto antesignano dell’industria di Stato e, più in generale, dell’esatto opposto del liberismo. E oggi fanno eco alle dichiarazioni di Tremonti i silenzi eloquenti di molti suoi colleghi di governo.

È troppo presto per sapere se si tratta di una posizione meditata e destinata a generare conseguenze. In tutti i casi, aprire il dibattito sulla flessibilità del lavoro è utile, anche senza farsi illusioni. Negli anni passati, l’Italia è stata caratterizzata da un mercato del lavoro troppo protetto, anche rispetto agli altri paesi europei. Dalle riforme legate ai nomi di Treu e di Marco Biagi è poi arrivato un sostanziale allineamento con il mercato del lavoro dei nostri principali concorrenti.

Si è andato troppo oltre? In parte sì, anche per il modo in cui alcune imprese hanno interpretato i contratti. Il risultato finale è un dualismo, in cui alcuni lavoratori hanno la certezza del posto di lavoro e stipendi non altissimi ma dignitosi, mentre altri hanno contratti precari, e perfino stipendi minori. Con un paragone in termini finanziari, è come se le azioni, oltre a essere rischiose, dessero anche rendimenti mediamente più bassi dei titoli di Stato. Il mercato con queste caratteristiche non è in una situazione equilibrata, il che pone anche un rischio in capo allo Stato.

Ovvero, che si crei un numero crescente di quelli che negli Usa vengono chiamati working poors, lavoratori in povertà, con stipendi inferiori alla media e tutele scarse o assenti.

Queste tensioni esplodono poi in periodi di crisi, quando i posti di lavoro sono scarsi, e le banche chiedono condizioni sempre più onerose, che chi abbia lavori precari non è in grado di fornire. Ma anche quando la crisi sarà finita, non illudiamoci che banche e imprese scoprano improvvisamente quella «fraternità» a cui ad esempio il Papa ha richiamato tutti.


Sarebbe auspicabile, ma non contiamoci. Occorre in primo luogo eliminare quel dualismo tra chi è troppo protetto e chi non lo è per nulla. Ma le leggi possono essere eluse, e resterebbe comunque un problema fondamentale. La concorrenza è pesante per tutti, e non è ingessando il mercato del lavoro che elimineremo la disoccupazione.Potremo forse giungere alla normalità quando avremo un sistema economico forte, e quando le nostre imprese riusciranno a evitare una concorrenza che passi solo attraverso i costi, tornando a innovare e a conquistare la leadership nella qualità delle produzioni.

Serve uno sforzo per tornare sulla frontiera della tecnologia e della qualità. Se ci riusciremo, anche senza troppe norme specifiche, forse anche il mercato del lavoro sarà migliore.

17/10/2009

La ripresa c’è ma ha bisogno di riforme

Si va consolidando la ripresa dell’economia globale e di quella italiana. A pochi giorni di distanza si sono susseguiti i dati Ocse del superindice(Composite leading indicator, Cli, anticipatore delle tendenze) e quelli di Eurostat sulla produzione industriale.

Ambedue si riferiscono ad agosto. I raffronti mese su mese indicano il consolidarsi della ripresa negli Usa, Europa, Cina, India e Brasile. L’Ocse definisce per i suoi Paesi membri l’attuale fase ciclica col termine «ripresa».

Vi sono tuttavia due eccezioni, Francia e Italia, per le quali la fase ciclica indicata è «espansione potenziale», che è migliore rispetto alla ripresa. Il Cli per l’Italia si è, infatti, accresciuto in agosto di 2 punti rispetto a luglio, mentre in confronto a un anno fa è salito di 10,4 punti. Per la Francia i valori sono rispettivamente di 1,3 e 6,6. Il dato «preventivo» dell’Ocse ha trovato in questi giorni conferma in quelli Eurostat sulla produzione industriale, in aumento ad agosto per il terzo mese consecutivo (rispetto al precedente) sia per l’area euro che perl’insieme dell’Ue.

Certo si tratta ancora di aumenti nell’ordine di uno «zero virgola», ma la tendenza si è chiaramente in vertita. Anche in questo caso Italia e Francia mettono a segno i maggiori incrementi, ben superiori alla media. Nel bimestre giugnoluglio la produzione industriale è aumentata del 9,6% in Italia e del 2,2% in Francia. Le cause, come già abbiamo scritto su queste colonne (il 15 settembre), vanno ricercate sia nel relativamente basso coinvolgimento delle nostre imprese e banche negli investimenti finanziari che hanno portato alla crisi, sia nelle risposte che il Governo ha trovato. Tra altre cose ha preservato la sostenibilità del bilancio pubblico. In virtù di ciò non vi sono aspettative di aumenti della tassazione.

Un fatto che alimenta la fiducia e, con essa, la ripresa. Detto questo resta il nodo del debito pubblico. Bruxelles ha ricordato nuovamente che debiti pubblici in aumento sono un ostacolo per una ripresa duratura. Non vi è incompatibilità tra provvedimenti per la sostenibilità di lungo periodo e politiche fiscali espansive per controbilanciare la recessione. Infatti, questi ultimi hanno successo nell’aumentare la fiducia solo se vengono percepiti dagli agenti economici come temporanei e si accompagnano a riforme per assicurare la sostenibilità di lungo periodo.

Il governatore Draghi è tornato a rimarcarne la necessità, a partire dall’innalzamento dell’età pensionabile. Ha sorpreso la freddezza con la quale il Governo ha risposto: i conti dell’Inps sono a posto. Purtroppo il problema non si esaurisce con i bilanci dell’Inps, bisogna andare oltre. La riduzione della spesa previdenziale è una riforma per la sostenibilità del debito pubblico. È un capitolo di spesa che se non viene ridimensionato non consentirà al debito pubblico di ridursi in modo consistente.

Un debito elevato comporta meno politiche sociali, quindi anche peggiori pensioni. In conclusione, l’Italia ha davanti a sé chiare prospettive di ripresa, ma ha bisogno, tra l’altro, della riforma previdenziale, per non rimanere col fiato corto.

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